Gen
21
Shokunin
21 Gennaio 2012 | | Lascia un commento
Aveva terminato la tela con paziente maestria.
Affidato al vento il primo sottilissimo capo, che grazie ad un po’ di fortuna si era appoggiato su un ramoscello di Rubus, aveva tessuto l’altra estremità rafforzando i fili affinché risultassero abbastanza forti e partendo da metà dell’ archifilo si era calato fino alla base della ragnatela, dove aveva attaccato un secondo filamento perpendicolare al primo costruendo con abilità i primi tre raggi.
Congiunse infine gli ultimi fili della spirale per completare la sfera.
La trappola invisibile era pronta, non restava che nascondersi e aspettare che qualche ignara preda vi rimanesse invischiata.
La conversazione era stata piacevole, mai banale. Le aveva raccontato dei suoi viaggi conducendola nelle spiagge tropicali del Mozambico, nella splendida laguna di Bilene, nel deserto rosso australiano e nei souk di Tetouan. Una vita ricca di esperienze, riconoscimenti, avventura dietro cui si celava un alone di mistero.
Era rimasta infatuata, stregata da quell’uomo così abile nel raccontare, nel suscitare forti emozioni, nell’incuriosire non svelandosi.
Ignorava persino il suo nome, si faceva chiamare Shokunin, l’artigiano, colui che eccelle in un’arte. All’inizio si era avvicinata con distacco e cautela cedendo poi alla curiosità ed ora le era entrato con prepotenza nella mente. Un filo invisibile, una totale dipendenza e sottomissione psicologica la legavano allo sconosciuto, sentiva di appartenergli pur non sapendo nulla di lui.
Shokunin attese la sua preda. Esperto e paziente, immobile nel suo nascondiglio, era riuscito ad attirarla, a conquistarla col suo fascino verbale, a catturarla con sapiente ingegnosità.
Fulmineo nella presa l’aveva immobilizzata in un istante e avviluppata nel bozzolo le aveva instillato il suo dolce e fatale veleno.
Set
24
La Gita
24 Settembre 2011 | | Lascia un commento
Mi trovavo all’imbocco della grotta. Avvolta nello scialle, rileggevo il volantino che pubblicizzava la visita sotterranea. Stringevo nella mano il biglietto d’ingresso, incapace di immaginare cosa mi aspettasse.
Una lunga fila attendeva l’arrivo del trenino mentre alcuni bambini schiamazzavano festosi correndo a lato dei binari. Un fischio lontano richiamò tutti all’ordine. Le rotaie iniziarono a vibrare e una giovane donna dallo sguardo severo ci avvertì di aspettare che il gruppo precedente fosse sceso prima di prendere posto sui vagoncini.
Mi sedetti sul lato esterno, verso la fine del convoglio e mi coprii per ripararmi dall’umidità. Sulla nuda parete un termometro indicava sedici gradi.
Un altro fischio e il treno partì incuneandosi in uno stretto budello poco illuminato. La penombra creava figure spettrali e dall’alto soffitto enormi ragnatele ondeggiavano minacciose al nostro passaggio. Fui attratta da qualcosa che si muoveva rapidamente nell’oscurità. Decine di piccoli ratti correvano in fila indiana accostati ai bordi del cunicolo. Distolsi lo sguardo con ribrezzo e mi voltai verso il ragazzo alla mia destra che sgranocchiava un pezzo di cioccolato ignorando ciò che lo circondava.
Entrammo in un’ampia caverna. Il trenino si arrestò e la guida ci invitò a scendere informandoci che da lì in avanti avremmo proseguito a piedi. Ci incamminammo in silenzio e, percorso una cinquantina di metri, entrammo in un secondo antro. Un termometro digitale segnava ventotto gradi.
Il caldo mi obbligò a togliere lo scialle e a sbottonare un po’ la camicetta.
Davanti a noi una grande gabbia di ferro e vetro accoglieva un centinaio di fennec dal manto color sabbia. Si cibavano di ratti e insetti che abbondavano nel recinto riscaldato. La fitta pelliccia era soffice e brillante, la coda lunga e vaporosa terminava con un’estesa macchia nera, un paio di orecchie enormi incorniciavano il musetto bianco e appuntito da cui spuntavano due occhi vivaci. Gli esemplari adulti, sdraiati su un letto di sabbia, sonnecchiavano pigri al calore delle lampade; i piccoli giocavano schiamazzando irrequieti, scavavano buche e si acquattavano dietro ad alcuni massi in attesa del compagno. A destra una femmina stesa su un fianco allattava due cuccioli che succhiavano con avidità mentre altri si rincorrevano con balzi e saltelli. Rimasi a osservare incantata quelle creature agili e giocose che vivevano nel sottosuolo. La donna dallo sguardo austero ci spiegò che avevano ricreato un habitat perfetto, gli animali godevano di ottima salute e il manto folto e lucente confermava il loro benessere.
Ora saremmo entrati nel reparto di “lavorazione”. I bambini non erano ammessi. Alcune ragazze li avrebbero riaccompagnati all’uscita in attesa dei genitori.
La notizia mi inquietò un poco.
Varcammo un portone di ferro. Il termometro indicava che la temperatura era salita a trentasette gradi. La luce fioca permetteva di scorgere ampi terrari di plexiglas ai lati del corridoio. Il silenzio era interrotto solo dai nostri passi e da cupi e dolorosi lamenti.
Mi avvicinai con cautela. Occhi vitrei, enormi e spauriti mi fissavano attraverso il pannello. Il respiro affannoso scuoteva i corpi dei fennec ormai secchi e prosciugati, i bulbi oculari fuori dalle orbite sembravano schizzare contro la parete. Alcuni si agitavano tremanti nel tentativo di alzarsi, la maggior parte restava immobile emettendo lugubri guaiti. Le bestiole disidratate e morenti erano ridotte a piccoli mucchi di ossa ricoperti da una fitta pelliccia. All’interno dei contenitori, la temperatura elevata e costante delle lampade a infrarossi li uccideva essiccandoli in breve tempo, lasciando tuttavia il manto intatto. Più in là, in un’ampia stanza, alcune donne in camice bianco scuoiavano gli animali morenti tra gemiti e latrati su un tavolo di acciaio.
Il raccapriccio e l’orrore mi provocarono un conato di vomito. Oppressa dal calore e dall’odore di morte mi girai di scatto e iniziai a correre verso l’uscita. La guida mi bloccò e con un’occhiata di rimprovero mi mise in mano un dépliant con gli ultimi capi trendy a pelle intera.
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